Skip navigation

Category Archives: stupid

Il problema non è che troppe persone credono in dio… il problema è che troppe persone credono di essere dio.

– Ehi Mario, buono quello yogurt?!
– No, fa cagare…

– Ehi, Maria, buono quello yogurt?!
– Sì, fa cagare…

“Ti amo per quello che sei” -vorrei fossi.

Essendo che son pirla, essendo che mi piacciono le parole, essendo che non so mai scegliere ed essendo che mi sto sul cazzo per quanto io mi lamenti, stamattina son giunto alla conclusione di voler trovare un aforisma che avesse come soggetto il lamentarsi. Sono giunto a due conclusioni: una stupida e l’altra più seria (non che manchi di idiozia… intendiamoci, è solo meno frivola). Chissà quale andrebbe scelto.

Lamentarsi è come puzzare, lo fanno in troppi ed è più dannoso che inutile.

Lamentarsi è come morire, lo fanno in troppi e mai chi dovrebbe.

Che avessi sta roba agli occhi, ormai, si sapeva. Son quattro o cinque anni che ad ogni esame mi dicono “ce l’hai”, come all’asilo e ogni anno mi toccano per ricordarmelo. Quest’anno, per la legge dei grandi numeri, è capitato che è saltata la puntina.

Ci sarebbe gente pronta con gli avvocati e tutto quanto, ma sarà che tutte le oculiste che m’han visitato erano bellissime, a me che abbiano sbagliato l’ultimo esame, importa poco. Intendo, m’han fatto 5 fotografie uguali e poi la sesta è venuta mossa. Capita. Ci si è spaventati un po’, ma poi passa tutto e ci si ghigna su.

Dopo la visita preliminare della scorsa settimana, quella di routine con le gocce sbarellanti, che a guidare mi sentivo Homer sotto l’effetto dei peperoncini allucinogeni, stamattina sono andato a farmi analizzare un po’ meglio. Servon macchinari un po’ sofisticati: per una malattia rara, servono pennelli rari.

Entro nella clinica milanesa, parquet, poltrone in pelle e tutto bianco, segretaria carina, oculista carina, assistente carina, medico-manager molto carino, chirurgo alto e belloccio, sempre di corsa. Mi si fa accomodare e penso: “ho lasciato il libro in macchina”, ma faccio in tempo a scrivere un messaggio e farmi un po’ i cazzi dei ricconi che c’erano di fianco a me, prima di sentirmi chiamare dall’assistente. Gentili e carine, mi fanno due esami, una roba piena di cerchi concentrici rossi, poi quella con la casetta nel prato, ma questa ha più dettagli, alberi a più profondità e siepi e colline.

Torno in sala d’attesa, mi risiedo mezzo minuto e vedo passare il mio referto in una cartella bianca, s’apre la porta del mio dottore e vengo chiamato. Spiegazione di come siano più precise queste analisi, di come sia stato possibile l’errore dell’ultimo esame, analisi delle possibili diagnosi, postulazione di un piccolo dubbio. “Vorrei chiedere il parere del chirurgo, è più esperto di me in questa patologia, si accomodi un attimo”.

Alla terza volta non ho nemmeno posato le chiappe sulla poltrona :), il chirurgo mi chiede di entrare nello studio, gli porgo le analisi e dopo 5 anni che mi dicono “hai il cheratocono”, questo osserva 5 secondi le analisi e dice “gli farei un orbscan, possibile pellucida” e se ne va, like a boss.

Stavolta non mi si dice nemmeno di sedermi, vado dritto dalle ragazze. Mi fan sedere davanti a un altro macchinario, stavolta i cerchi son giallo-arancioni e l’analisi è più approfondita ancora.

Altro consulto tra esperti, non faccio ancora in tempo a passare il calore dalle chiappe alla poltrona che: “Savogin!”. Mi siedo e con un fare bellissimo, o forse così sembra a me, il mio dottore mi dice: “ci son buone notizie, non dobbiamo andare a Bologna”, che significa che non dovremo chiedere all’esperto se spatolarmi gli occhi o strapparmeli, ma in un angolo remoto della mia anima mi chiedo: “queste son quelle buone… quelle cattive?!”.

Capita anche che quelle cattive non ci siano, a volte. E pare che io sia il prescelto, stavolta.

Non ho il cheratocono, ho la degenerazione marginale pellucida!

Vista la presenza di altri pazienti, mi si rimanda a capire cosa sia su internet, mi si consiglia una lente a contatto speciale e mi si dice di tornare fra un annetto per il controllo di routine e per vedere se peggiori.

Io, al solito, son lento, e le cose le realizzo dopo. In quel momento sono a otto metri da terra e penso a cose soffici e dolci e carezzevoli e dissetanti e… Penso anche che quasi mi spiace non essere più malato, mi ci stavo abituando all’idea del ballottaggio tra interventino e interventone, che avere una malattia rara ti fa quasi sentire speciale. E penso che c’è un detto, qui da noi, che calza a pennello: “set bon de cagà e gh’è piò da merda”, che più o meno si capisce e dà l’idea dell’esser finalmente arrivati al momento clou e rimanere a braghe calate per nulla.

Volicchio tra le cose che succedono tra me e l’ufficio, guido senza accorgermi, mangio sorridendo anestetizzato e parlando coi colleghi, poi finalmente leggo la spiega su internet e capisco il perché di un piccolo siparietto all’uscita dalla clinica. Il mio medico mi dice che per quanto lo riguarda, non vuole un centesimo, perché è più importante la fiducia e quindi non è uno che manda al macello le persone perché ci guadagna (quanto lo amo), ma mi dice di chiedere alla segretaria per il pagamento degli esami speciali. Mentre mi avvicino al bancone, la ragazza bellina mi guarda come uno yeti, senza battere le ciglia e muovendo solo le orbite, pronta a fuggire o urlare ad ogni mio movimento inconsueto. “S-siamo… siamo a posto c-così… a-arrivederci” (che detto in una clinica oculistica è un ottimo auspicio, a pensarci bene).

Insomma, ho scoperto che se prima pensavano avessi una malattia rara, ora sanno che ho una malattia SCONOSCIUTA! :):):):)

Un po’ come i pezzi d’antiquariato, ci sono gli oggetti comuni che hanno un valore, quelli non comuni che valgono di più, poi quelli rari che sfiorano il ridicolo e poi i pezzi unici… ecco, io non son nessuno di questi… eheh. In realtà la spiega ufficiale è che l’eziologia è sconosciuta, che non significa che su tutte le persone che si chiamano Ezio non è mai accaduto, ma che non si conoscono le cause della malattia. E se non si conoscono le cause, le cure sono un po’ come sparare col mortaio per uccidere le zanzare, o pulire il monte Bianco con una salviettina.

Poco importa, rimane il fatto che respiro più tranquillo, che stanotte recupererò il sonno perso ieri notte (non sono il principe di Condè) e che tutto è bene quel che si rimanda bene.

Mi rimane un’unica domanda di pura logica, però: COME CACCHIO SI FA AD AVERE UNA COSA SCONOSCIUTA?!

Non penso sia questione d’esser ottimisti o pessimisti, io il bicchiere non lo vedo mezzo vuoto o mezzo pieno… penso sia urina e non mi sembra più un grave problema, il punto di vista. Penso sia più una questione di rassegnazione. Ma di quella rassegnazione buona, di quelle che ti spronano ad andare oltre, a non fermarti lì, a dirti da solo “fanculo, che cazzo ci fai ancora lì?! Vai!”.

Ecco.

Voglio prendere la vita come quei bei barattoloni di nutella. Non dicendo: “ne mangio a chili, non mi importa del male che può fare al mio corpo”, oppure “non ne lascio nemmeno un grammo a nessuno, è mia e me la mangio io”, o chissà quali altre assurde possibilità.

Voglio solo imparare a prendere la vita come si prende il barattolo di nutella.

Prendi un barattolo da 750.

Soppesalo.

Prova a immaginare quanto splendore sia contenuto in un vasetto di vetro.

Bene.

Svita il tappo.

Ecco.

Uno capisce che la vita non può essere perfetta, perché anche un miracolo qual’è il vasetto di nutella, ha quella minchia di cacchio di porcavacca di pellicola alluminio-carto-plasticosa, che non si riesce a togliere del tutto, o che si deve bucare finendo con il dito nella crema.

Ecco.

La cosa da ricordare, però, è che se anche non può essere perfetta, è comunque una gran bella cucchiaiata di vita.

Muta muta muta.

Stamattina ho approfittato del calo di lavoro, per prendermi mezza giornata e fare quel che non riesco mai a fare nei week-end, piccole commissioni e spesa, niente di che. “Ma c’è stato il week-end lungo, non potevi prima?!”. Diciamo che ho avuto dei piccoli problemi a mantenere all’interno del mio corpo i liquidi, in questi giorni. Facciamo che tra sabato e domenica il mio PIL ha preso ogni via possibile per l’estero… ecco.

Dunque capita io abbia bisogno di verdura. Quindi vado in un piccolo ortofrutta qui vicino. Mi metto a prender pomodori, mi metto a osservare patate e mi appropinquo al frigo, in fondo, vicino al magazzino aperto. Sento voci che si lanciano invettive amicali su mancanze e problemi, sento un accento straniero che commenta molto fine e puntuale. Poi mi sposto di qualche passo e appare una figura che chiama la commessa.

Non appena mi volto a guardare, l’accento straniero di prima, in un ragazzo alto e magro e ben tenuto, mi rivolge un: “buongiorno” educato. Ricambio.

Poi la commessa va in magazzino (eravamo due clienti, io e una vecchina, la mattina del martedì, se lo poteva permettere), torna e con lei il ragazzone: “hai i tuoi guantci?!” “Sì” risponde lei, “Bene, allora mi mettci via questci per favore?!” e le piazza una cassetta di qualcosa ai piedi del frigo. Proprio di fianco a me che guardo i salumi e i formaggi.

Al momento non lo noto, il posto è piccolo, io mi sto passando con calma tutti i prodotti. Capita.

Poi mi sposto all’ultimo ramo, passo in rassegna altra frutta, altri sottaceti e succhi e mille cose che più naturali non si può. “Uh! Ecco cosa mi andrebbe!”, torno alla colonnina e mi prendo un ultimo sacchetto, con la mano carica di borsine e quella guantata inutilizzabile, passo cinque minuti a tentare di dividere un lato del sacchetto dall’altro. Finalmente ci riesco e mi metto a passare in rassegna gli oggetti del mio desiderio.

Non penso sia passato mezzo minuto.

Una presenza alla mia destra.

No, non è la vecchina.

No, non è la cassiera.

“Questcio” mi indica sicuro.

Io son lento e non ci arrivo subito, ma tocca con la mano nuda l’ortaggio.

“Non si preoccupi, le mie mani son pulitce”

Nicchio come a dire: “non mi son mai preoccupato di meno in vita mia”

“Sa come si capisce?!”

“No, in effetti…”

“Il finocchio è bello quando qui è bianco, vede?! Il cuore è pulitcio”

Io in quel posto ci torno, perché la merce è buona e il personale è gentile, ma spero non abbiano mai offerte sul culatello, che non voglio me lo tocchi a mani nude, seppur pulite.

Insieme con il fatto che l’abitudine porta a spingersi sempre oltre ai se stessi di prima, i momenti hanno anche un altro fardello sulle spalle: quanto vali ora?!

Ho una stupida concezione errata del merito e non riesco a dirimere la questione.

Molto spesso, davanti a un’opera d’arte mondialmente riconosciuta come tale, io non provo nulla, oppure non arrivo a capire che parte di essa (Mulholland Drive è un gioco che mi piace tantissimo, è una sfida splendida da affrontare, Inland Empire è una cagata… per dire). Mi ritrovo a chiedermi se non sia necessario avere una scala, un modello o un metro, per capire quanto valore intrinseco abbia la struttura e tutto ciò che non è misurabile è estro, fantasia, valore aggiunto e guadagno. Arte, appunto.

Guardando i disegni al Museu Picasso, per esempio, mi ricordo d’aver notato due cose, aveva modelli superdotati e sapeva disegnare assai bene (che uno, magari, può pensare che lui si sia inventato quella cosa lì del cubismo per giustificare il non aver tecnica).

Invece poi trovi delle band di “mal trà insèma” (come diceva mia nonna: “mal assortiti”) che non ne azzeccano una e si beccano gli stessi applausi che ti sei beccato tu, dopo 12 anni che ti migliori, cerchi di dare il massimo e cominci a pensare di esserci riuscito.

E allora ti auto assolvi tentando di spacciarti la bugia che non ti capiscano (se perseveri in questa pazzia, rischi tangenti autoindulgenti sconsigliabili), oppure che non capiscano nulla in generale (e qui passi dalla parte del torto a prescindere: se uno ha problemi con uno, la colpa può essere al 50%, ma se uno ha problemi con tutti è molto raro che tutti sbaglino (le eccezioni sono rarissime, ma una volta morto, il genio viene valutato correttamente (magra consolazione, lo so))). Io, invece, mi chiedo se il gusto sia sufficiente per spiegare e giustificare l’apprezzamento massivo di un’opera o un artista.

Perché a me i Depeche Mode fanno cagare. Ne ammetto l’importanza nella storia della musica moderna, leggera, pop, techno e quel che vuoi, ma a gusto, mi fan cagare. Sono diametralmente opposti al mio senso del suono, del ritmo, delle scelte d’arrangiamenti. Tanto che le cover altrui dei loro pezzi, arrivano a piacermi. Questo mio detestarli non li svuota del loro “perché”, non li rende meno fondamentali o da censurare come incapaci.

Ma allora dove sta il limite tra le peggior band del mondo e Kandinsky?!

A me Kandinsky piace. Non lo capisco, se non me lo spiegano, ma mi piace. Ha un gusto affine al mio, quindi, a pelle, mi piace. Ok, non mi piace come Friedrich, che è più terra-terra e lo capisco più facile, ma mi piace. Un buon 60% dell’arte moderna, oltre a non essere al mio livello concettuale di comprensibilità, mi fa spesso cacare anche di gusto. È grave dottore?!

Ma non si può applicare a tutti il metro di Picasso, perché ci sono autodidatti che non son passati attraverso le “pene” dell’esercizio e delle esperienze altrui, prima d’arrivare a una propria forma d’espressione. E sanno esprimere cose incredibili attraverso opere che non necessitano nemmeno di avere alle spalle un macigno di conoscenza didattica.

E non si può nemmeno utilizzare il solo metro del gusto, oppure l’unione del gusto con il momento (perché a volte io noto film che m’avevano sempre ispirato poco, che mi squarciano l’anima per la bellezza). E c’è anche quella subdola fregatura del salto mortale.

Il salto mortale è una di quelle cose che tu ci rischi la vita, ma all’atterraggio, sei messo uguale a quando sei partito (magari ti viene un po’ più da vomitare, ma son dettagli). E allora ci son quelli che fanno un passo, senza fare tutta la fatica del salto, e ti arrivano allo stesso risultato, prima e, magari, con maggiori apprezzamenti da parte del pubblico (prendi Biagio Antonacci o quelli lì… c’è più volte “amore” nei loro testi, che nella bibbia (ah, no… esempio sbagliato… vabbeh, s’è capito)… e loro non son passati attraverso le sevizie o le pene di Gandhi e di chi s’è fatto il salto mortale nel dolore, per arrivare a predicare la verità pura che c’è nell’amore).

E oltre a questi, ci sono milioni di fattori: il commercio, la mafia, gli standard che si abbassano, la brevità del successo, la bellezza fisica (naturale dote, non certo talento) e mille altri.

Quindi, cosa rende meritoria un’opera d’arte o un artista o anche solo una persona?!

Forse i fattori sono troppi, ma le prime due regole che mi sono imposto, sono:
1 – bisogna cercare di partire senza aspettative, tutto quel che viene è guadagnato
2 – un’opinione personale è come il buco del culo, ognuno ha il proprio e non è detto che sia profumato.

In culinaria: ottimo:poco salutare=delicato:insapore

Il traffico è direttamente proporzionale alla fretta e all’anticipo con il quale si decide scientemente di partire.

L’insoddisfazione è un bug sistematico nelle previsioni, non nel calcolo.

La temperatura ottimale dell’acqua in doccia è la ricorsione di un differenziale.

La valutazione di una persona non è data dal suo reale valore, ma da quanto essa superi o non raggiunga le aspettative di chi giudica.