Skip navigation

Category Archives: xx e xy

Che forse è l’autunno, o un altro errore, ma cadono in tanti, ultimamente. Amici che tornano o si trovano soli, amiche che non hanno più sostegni e si credono vuote, persone speciali che non smettono di lottare contro qualcosa che non capiscono essere sé. Sembra quasi che domani non debba venire. Forse dovrei cambiare identità, c’ho i creditori di risposte alle calcagna e non ne ho una.

Non so quale sia, o se esista , la formula per stare bene da soli, sono ancora incline a pensare che questa brama che quasi tutti abbiamo di mangiare altri, sia troppo profonda e radicata, per essere un costrutto della società (sì, ok, sto parlando anche di sesso, ma quello è sollievo, io sto parlando dell’appagamento che da l’altro respiro, di pelle a contatto, di risveglio sorriso a qualcuno). Certo, ci sono persone che sembrano eroi, si stagliano su speroni di roccia e alzano le braccia al cielo, con tutti adoranti, sotto, e nessuno al fianco. Invidio la capacità di farsi bastare questo freddo e lontano calore.

Forse è solo il solito discorso di aspettative e delusioni: ci crediamo tanto meritevoli, da pretendere qualcuno o qualcosa che non ci è dovuto. Sempre a rincorrere quel che non possiamo avere, dando per scontato regali e mani che qualcuno ci carezza. Ma se anche fosse vero che s’è fatto il possibile e non c’è premio, è la cazzo di vita, almeno si è nel giusto (e mentre ci si consola strafogandosi di nutella, l’unica a rimaner magra è la consolazione).

Non è un fingere o un recitare, o forse son troppo ottuso per non vederlo tale, ma è la necessità di respirare, che mi fa essere aperto, socievole, sorridente e ciarliero in situazioni conviviali, non certo la stabilità emotiva; non son capace di costruirmi sostegni a misura, faccio calcoli e delineo modelli quando son solo e non peso su nessuno, ma poi tra corpi e parole, sono il primo a ribattere palle da tennis prima che tocchino il pensiero due volte e si accumulino ai punti di sutura dell’anima. Che cazzo ho detto?!

Volevo solo dire che ci son momenti in cui aver avuto quel che ho sentito, mi basta e m’avanza per dire: “diavolo, c’è chi non ha mai fatto l’amore con una donna così splendida, c’è chi non ha mai sentito dappertutto un concerto, chi non ha mai mangiato e bevuto tutto questo, splendiamolo al mondo, che almeno servo a qualcosa”, e cammino ebete elargendo pace. Ci son volte, invece, che non c’è notizia splendida che mi sollevi dalla certezza di disturbare, dal bisogno di chiedere scusa e dall’orrore (per fortuna c’è Woody).

Insomma, quando mi hai vicino che ti sostengo con frasi fatte (mai quanto me), quando hai bisogno di qualcuno da chiamare e pigi il mio nome, quando mi trovi in mezzo ad altri che urlo gobbo per far ridere, è perché sto riuscendo a rispondermi “ok” (scusa lo spoiler), fallo con me. Spero si veda che non son sdraiato su mediocrità appaganti quanto basta, ma che provo a dare quel che posso e che ci penso e che ci tengo e che ci sono. Magari rispondo veloce con cazzate, per non far vedere che la domanda m’ha colpito, magari sdrammatizzo per sollevare, ma non è né noncuranza, né saggezza, né spocchia o quel che vuoi; è proprio che io non ho risposte e, spesso, se anche le avessi, non saprei dartele. Per non parlare del fatto che quando uno parla, gli altri sentono il cazzo che vogliono… ma questo è un altro discorso.

Mi sa che la risposta è: “cerca la risposta”.

Anche se son quasi certo che la risposta sia sempre quell'”ok” e il vero problema sia che ce lo dimentichiamo troppo spesso.

Annunci

Incredibile quante volte io abbia ri-iniziato sto post. Esercizi di stile mi fa ‘na pippa. Mi sa che finisco per dire tutt’altro da quello che volevo dire in principio, ma la canzone ce la metto sicuro, perché è quella la molla che m’ha spinto.

Succede che è un periodo strano, ma d’altronde non c’è quasi mai stato un periodo normale… quindi che cacchio di stranezza c’è?! Boh, forse è solo strano in modo diverso da prima. Quindi: ottimo! Non ci si annoia.

Capita io capisca cose (emmenomale), capita ne scopra altre (eddaje) e capita io continui a essere il solito pirla (vabbeh, che novità). Ma capita sempre più spesso io mi senta di dover giustificare azioni o pensieri o scritti. E non so se sia l’età (con il crescere aumentano le responsabilità, ok, ma all’infinito?! Intendo, io credevo che le responsabilità funzionassero come un interruttore: il pupo non le ha, l’adulto se le ritrova. Invece pare siano la manopola del volume, più avanza l’età, più sono assordanti), non so se sia il periodo storico (non credo ci sia una crisi dei valori, credo che, semplicemente, si seguano dei valori egoisticamente individualistici) o, come sempre e come è naturale, una commistione dei due (e magari mille altri fattori che non so contemplare).

Fa ridere, non c’è dubbio, ma non mi piace pensare che la Disney abbia rovinato generazioni di bambini che crescono sperando e poi rimangono delusi dalla realtà; sono più convinto che le favole esistano da sempre e che da sempre tentino di insegnare al mondo cosa andrebbe fatto, cosa sia meglio e come si debba tentare di essere, perché il mondo stesso sia migliore. Ultimamente, invece, si tende a pretendere. E questo mi sta in culissimo.

E una cosa che mi si presenta spesso ed è una piccola costola di questo atteggiamento, è una cosa che sto imparando ad accettare, perché, in fondo, non è totalmente negativa, nel mio seguire la virtus che sta in medio, questo è semplicemente un ricordarti di star nel medio. A volte mostrandotelo.

E c’è un’amica che m’ha riempito di un sacco di cose splendide, m’ha fatto sentire di provare ancora molto… e m’ha rimesso al mio posto, quando mi son lasciato prendere dal tutto. Grazie di rimanermi amica. C’è un diamante che crede io sia ladro e avido e insistente, ma non ha capito che non son tipo da apparenza, che tra un diamante e una canzone, preferisco la seconda. E c’è il continuare a riempirmi di momenti, per sentire tutto quello che posso.

Sabato è stato così.

Dopo che Ani DiFranco m’ha emozionato così, c’è stata questa bambinetta.

S’arriva in un festival, si parcheggia e si scarica, si ride, si mangia. Un furgone a noleggio ci parcheggia vicino. Scendono i soliti musicisti, di quelli che sai che lo sono. Poi scende anche una ragazzina, tedescoide, capello semi.corto. I soliti musicisti, ti ripeti. Poi te ne dimentichi, finché parte il loro sound check. Ti intriga il beatboxer, ma senza vedere chi faccia cosa, pensi che la voce di lei, sia un coro, una di quelle cose che riempiono.

Ma poi partono e sono potenti, divertenti, vivi e vissuti. Bravi, non eccelsissimi, ma sinceri. Ti chiedi come mai lei ti ricordi tanto un paio di amiche che hai conosciuto e ti accorgi che, come spesso si dimentica, non siamo poi così differenti. Tutti, intendo. La realtà sa sorprendere ed è infinitamente varia, ma gli uomini sono poco fantasiosi e ci si mette su binari che, con piccole deviazioni, sono più o meno sempre quelli. E non è un male, è confortevole, da sicurezza, fa piacere. Quelli che deviano troppo li chiamiamo pazzi e li allontaniamo, di solito. Io li amo alquanto perché nel mio stare nel mezzo, mi fanno stare bene, sono confortevoli, danno sicurezza e mi fanno piacere.

E Wallis Bird sta lì nel mezzo, tra quelle che sai come sono e quelle che ti sorprendono. Passa tutto il concerto a ridere, sorridere, correre, farsi prendere, rasentare la spocchia di chi È ARTISTA, ma subito planare in quell’estro che ti fa sembrare una scimmia urlatrice che batte sulle corde della chitarra (l’ha fatto, lo giuro… eheh). E poi pensi che è la solita musica, c’è a chi piace e a chi no, magari due o trent’anni fa ti avrebbe fatto schifo, ma ora sei lì e ti godi il concerto… fanculo. E poi ti stronca.

Giuro, m’ha stroncato.

Dopo tutto quel cacchio di show, si ferma tutto e ti posa questa, come saluto.

E tu non te la togli dalla testa per 3 giorni filati. Tanto che non vedi altra soluzione (soluzione?! A che?! Perché?!) che condividerla e tentare di spiegare cosa sia, quanto grande e preziosa sia, quanto effimera e inutile e quanto tanto altro.

Vabbeh, è lì. Io me la dimenticherò e me la ricorderò e la riscoprirò. L’ho vissuta. Se fa qualcosa anche a te, son contento. Che tanto ci importa solo di noi. E più ci stiamo addosso, meno abbiamo l’uno dell’altro. Importa non lasciarsi vuoti e tenerci (in tutti i sensi).

Scoprirsi ancora capaci
di perdere il fiato per salti,
immagini e idee.
Tuffarsi nel tempo spettro
che steso si lascia nuotare.
Dimenticare d’essere altro
per paura di non essere qui,
mostrandosi semplice uno
sfrondato dei centomila.
Nessuno,
ma parte.
Annaspare per non perdere sguardi,
assecondare slanci e ridere calmo,
annuire e applaudire.
Esser parte.
Far verso a frasi su simboli,
di brevi che mai saranno.
Correre pensieri altrui,
sorridendosi simili,
stupendosi diversi,
comunque noi.
Comunque io.
Immergersi in stanze, giardini, palazzi,
persone, forze e odori;
non sapere e temere,
sorprendersi in torto
e convenire.
Accettarsi.
E il contrario.
Difendere altrove,
spegnendo fuochi vacui
di colossi di vapore
svelti di spada
e poveri di pensiero,
impauriti d’ammettere
il senso che ritrovi lottando:
d’esser bambini che giocano a vivere.

– Ehi Mario, buono quello yogurt?!
– No, fa cagare…

– Ehi, Maria, buono quello yogurt?!
– Sì, fa cagare…

Ieri non lo dicevo per far quello “forever alone” a san Valentino che, nel più pieno del volpeuvismo, ti tira fuori la ficcante verità. No, io lo dicevo perché calzava bene, come chiusa di un pensiero. Era asciutta, realistica quel tanto che basta.

Ma, vaffanculo, non deve essere così.

E non lo dico nemmeno da quello che torna ora dal cinema da solo (andare al cinema da soli è una cosa bellissima, tranne quando vai a vedere bei film dolci e da vivere insieme, in serate in cui il cinema è pieno di umanità (dall’imberbe all’ottuagenario) che si ciccipuccia e commenta e mormora e sottolinea e vive ogni scena e oltre; e tu hai quel groppo latente che stringe e stringe… ecco, in quelle sere manca una mano da stringere o mignolare, o uno sguardo da sorridere condiviso o uno scambio d’opinioni camminato verso l’auto e poi concluso a vetri appannati e al terzo sbadiglio davanti a casa di lei), perché Jane Eyre non ha fatto altro che rinfrancarmi il pensiero che io stia bene con i miei ricordi e che anche questo periodo sia quanto serva plumbeo e ruvido, per farmi respirare fresco, quando uscirò dall’acqua. Perché il tempo, purtroppo o per fortuna, ci fa quasi sempre uscire dall’acqua.

E quindi non voleva essere il livido commento d’un insoddisfatto, la lamentela d’un rifiutato, la spocchia d’un superiore. Tutt’altro, voleva essere un limite riconosciuto, uno di quei cacchio di gradoni d’erba e mattoni che ti porti dietro dall’infanzia: “e se avessi avuto il coraggio di saltare?!” passi la vita a chiederti. Sai per certo che se avessi preso tutto il tuo coraggio e ti fossi lanciato, ora sapresti saltare da ancora più in alto, senza quelle vertigini che ti attanagliano.

Ma io sono per accartocciare i rimpianti e buttarli nelle celle sotterranee della memoria, in quelle stanze in cui già digrignano i denti i rimorsi e nelle quali non voglio più tornare. Perché puoi forse dire d’aver visto la vita, se non ne hai almeno uno, di quei loschi inquilini?! No… ma se non vuoi fermarti a sprofondare nelle sabbie mobili del passato, devi lasciarli indietro a marcire soli, devi guardarli da lontano e sapere che presto o tardi darai loro dei compagni, ma che se pian piano imparerai, saranno sempre meno.

E quindi devi combatterlo, quel pensiero del cercare sempre qualcosa di diverso in chi hai di fronte. Ha il cacchio di vizio di metterti in disordine i libri?! Tu mettigli in disordine i cd, ma fallo col sorriso che avevi oggi, quando t’ha dato la prevedibile, ma sempre “piega testa” rosa e un regalino che “non è tanto, ma è perché non fa mai male ricordartelo”. Se non è più quell’intrigante matto che ti faceva ridere, prova a pensare quanto lo stimolavi di più, quando anche tu, per lui, eri tutta da scoprire. E prova a pensare tu, quanto non sei cambiata, in tutto questo tempo… eppure lui ti ama ancora.

Come in tutto, è una questione d’equilibrio… ma l’equilibrio è una palla, quando diventa stasi. Hai mai provato a giocare sui rami o sulle corde?! Stare dritto su quel braccio che ti sorregge, del quale impari la forza e dal quale impari a non cadere. Arrivi al momento in cui l’onda sta per diventare quiete, che hai quell’istinto immane a dare forza, sconvolgere, ribaltare, tornare a sorridere tanto quanto è forte la paura di cadere. Ecco, quello è bello in due (o anche di più, se ti piace).

A volte è tanto triste che non si respira, a volte è tanto piccolo che non ci pensi, ma tutto quanto sfarina nell’impasto di quel che sei. E sono certo che quello che vorrei tu fossi, è sicuramente meno splendido di quanto m’ha sorpreso tu sia.

“Ti amo per quello che sei” -vorrei fossi.

Oggi Kaki m’ha riaperto. M’ha sezionato, mescolato e poi rimesso lì a raccattarmi i pezzi, rimetterli in sesto e cercare di dar loro un senso.

Mentre la guardavo suonare, mentre pensavo a quanto fosse bella (“I’m ok with my genetics, but don’t take pics of my nostrils!”) e mentre mi bacchettavo per il mio eterno secondo pensiero: “la bellezza non deve influire sul giudizio”; lei m’ha di nuovo spiazzato. Come quelle splendide epifanie che ti confermano certezze latenti, che ti chiariscono verità solamente intraviste e ti fan respirare nuovo.

Fanculo… è bella!!!

Il tutto nasce dal fatto che quella donna ha delle mani incredibili, che fanno cose incredibili e dietro di loro c’è una mente assurda che le porta a muoversi così e battere e pizzicare e pigiare e spingere e tirare e nuotare e saltare ed esplodere e carezzare. Lei è tutto quello e tu la catturi, la prendi per quanto riesci, la trattieni fino a dove le tue mani arrivano. E poi le costruisci attorno una versione di lei che è tua e che serve a te, che per te ha valore e che ti aiuta a capirla a viverla e ad ammirarla. Hai la tua proiezione di Kaki nella testa. E questa Kaki è quella che suona incredibile e ti fa provare cose incredibili e che ti fa vedere mondi incredibili ed è tutta eterea e stralunata.

Poi lei ti dice che oggi è andata a fare shopping e c’erano delle scarpe stupende e che avrebbe dato qualsiasi cosa per averle, ma che ha tentennato e non voleva spendere tutti quei soldi per delle semplici scarpe. Ma il pensiero che fossero le scarpe più belle del mondo e che avrebbero potuto essere sue, l’ha fatta decidere e quando è tornata al negozio… era chiuso. E fanculo al destino, lei non ci crede, quelle cazzo di scarpe erano fatte per essere sue e non aveva colpa o merito nessuno, se non lei e il suo modo di essere.

L’ha detto anche lei: “che magari non mi vedete come il tipo di persona che dia peso a queste cose, ma queste cose hanno un peso e quelle scarpe avevano scritto il mio nome sopra… fanculo”.

E quindi lei, come tutto, come tutti, ha quel lato splendido che è la sua mente musicale, l’anima artistica, le mani di vento e pioggia, quel nervoso armonico che sfocia in musica. Ma ha anche un fare assurdo, ha anche un ciuffo che cade perfetto, ha anche un viso armonico, un corpo armonico, una voce armonica e un sorriso armonico. È bella. Punto. E magari domani ha la sua giornata peggiore della storia, magari fra cinque minuti spara a qualcuno, ma questa sera, come tante altre volte, m’ha fatto vedere che è l’armonia dei pesi la via giusta.

Quel che va perseguito non è il bene assoluto, le utopie felici non sono attuabili e nemmeno giuste, perché deludono sempre. L’uomo è naturalmente un miscuglio di mille forze, non serve snaturarlo e crederlo migliore di quanto sia. Va accettato e incanalato verso il bene possibile, verso l’utopia abbordabile. C’è l’amore e ci son le caccole, c’è Vanzina e Aronofsky, c’è Hoeg e Moccia… non esiste un meglio oggettivo, siamo tutti soggetti, bisogna solo imparare nuovamente ad accettare e non allontanare. Credersi migliori perché si ascolta musica colta, non è giusto tanto quanto pensare che un film al cineforum sia palloso a priori.

Siamo troppo abituati a sentirci in dovere di auto-confermare la nostra attendibilità, ci sentiamo obbligati a giustificare le nostre azioni per renderle accettabili; quando in realtà dovremmo preoccuparci di ascoltare, guardare, leggere e vivere, per non cadere in presunzioni che feriscono. Creare quel che si può, nel miglior modo a noi possibile… se si è nel giusto, importa poco il riconoscimento. Se a una donna piace una donna soltanto perché è bella e questo le basta, che l’ami, che viva quell’amore al meglio. Punto. Se si crede nell’amore e nel romanticismo, che si cammini per chilometri nella neve per portare un fiore, ma si ammetta di guardare il culo delle ragazze e di sfogarsi in solitaria.

Bisogna semplicemente ammettere di essere umani, per essere esseri più armonici.

Mattina che comincia sotto i migliori auspici. Il nuovo cane ha dilaniato il sacco della spazzatura che ho lasciato distrattamente incustodito per la notte. Oltre a dilaniare il suddetto, ha sparso schifo ovunque. Non sapendo se il simpatico gioco sia stato serotino o mattutino, non saprei nemmeno dire se tutte le cose umide che ho preso in mano, lo fossero per: umidità pregressa al cestinamento, bava o peggio dell’cinoimputato, rugiada mattutina. Non penso di poter sperare che l’ultima causa superi il 12-15% del totale.

Mentre raccoglievo, facevo i miei parallelismi… al solito. Giornata di raccolta, ho pensato.

È un sacco che non scrivo, lo so, ma penso sia anche giusto fermarsi, a volte. Non che voglia trovare un motivo per l’arresto, non ce ne sono, o forse ce ne son troppi. Capita. Come praticamente tutto, nella vita.

Nel silenzio di questi mesi, è successo che mi sono innamorato veloce di un sacco di persone, ho vissuto momenti belli con molte altre e poi momenti brutti e anche tristi o fantastici e da togliere il fiato. Insomma, il solito. C’è, però, una strana persona che con la sua bellezza m’ha ammaliato. M’ha un bel po’ stregato e fatto tornare a quando avevo 16 anni (e vi giuro che non è stato un gran periodo per il me di allora… col senno di poi è il pezzo di vita che rivivrei più volentieri, ché m’ha fatto imparare e vivere intensamente, ma standoci dentro, non ero proprio capace).

E m’ha fatto tornare quell’insicurezza di me che gli anni avevano un po’ smussato, che avevo imparato a impugnare e fregare. E non è solo la bellezza, è la bravura artistica, è quel fondo che intravedo ricco e pieno. Un po’ mi ci crogiolo in quell’insicurezza, come succede per tutte le subdole forme di depressione, ma un po’ mi fa incazzare, perché annebbia la vista e rende titubanti e stupidi e dannosi.

Ma non son capace, io, di andare da un’essenza così e dirle: “ciao, penso tu sia qualcosa di splendido, vorrei imparare a conoscerti, permettimi di provare a renderti felice”.

Che armi ho?! (son proprio malato se mi fa pensare al pacifico me con delle armi… eheh).

E quindi, mentre pensavo che il mio invito a un concerto di stasera sarebbe stato l’ultimo, poi avrei raccolto i pezzettini del mio cuore, come stavo facendo con la monnezza… ho pensato: “ma cuore de che?!”. Tranne forse  con attenzione e gentilezza, questa donna speciale non ha mai nutrito volontariamente quel che io ho fatto crescere. Non fosse per le mie speranze e i tentativi, le mie parole e la voglia, il mio notar coincidenze e riportare tutto a casa, lei non ha fatto altro che vivere il suo… sono io che ho affastellato pensieri su ricordi, per creare un monte d’aria e aspettative.

E non consola certo il fatto che succeda sempre così.

Non è forse la nostra inclinazione, il nostro agganciare significati, il nostro dar peso, la nostra naturale speranza di non rimanere soli o la nostra egoistica pretesa di meritare qualcuno senza pensare di doverci rendere meritevoli, a infondere significato a un rapporto?! Se poi questa forza ne incontra una uguale e contraria, allora il rapporto gira fluido di scambi; ma quando le direzioni non sono sullo stesso asse, puoi così intensificare sforzi e pesi, ma nulla tornerà da te.

E così non saranno certo di cuore i pezzi che raccoglierò stasera al concerto, sempre io ci vada, ma sarà solo un déjà-vu.

La fisarmonica che ci trasporta e che noi chiamiamo tempo, m’ha permesso, finalmente, di piazzare le tanto agognate mensole (due settimane fa e grazie al mio babbo), ma non m’ha ancora lasciato un barlume di speranza di poterle riempire a dovere e piacimento. Pensando alla montagna di carta che avrei da piazzarci sopra, mi spaventa il fatto di esporre qualcosa che non ho ancora letto o che non ricordo ormai più. Ho lasciato perdere all’istante l’idea balzana di leggere prima di inserirli, i libri. Con 32 metri scarsi di scaffalatura, l’impresa appare impervia.

Molti amici mi considerano uno che legge molto, ma se vado a vedere la quantità di libri che leggo, non posso che notare un tracollo incredibile, negli ultimi 4 anni. Il fatto è che non ho smesso di leggere, leggo un sacco su internet e il mio cervello ne risente. Penso che l’attention span accorciato delle “nuove generazioni” (quanto tendo a odiare le generalizzazioni… tutte!), sia anche un po’ frutto del bisogno di sapere quel che basta per imbastire un discorso che poi scivola in compendi sull’intestino, per le donne, e sulla figa, per gli uomini (ah, ma io le generalizzazioni, mai!). Leggo un sacco di notizie e notiziole, storie e storielle, fumetti e strip, panegirici e commenti. Mi indigno a comando e sposo cause di cui mi dimentico dopo poco, rimando approfondimenti e seguo link che non ritrovo quando servono.

Ho imparato a non essere più, sempre, quello che dice che “sistavameglioprima”. Mi sono accorto di essere passato a credere nel “bisognacreareilfuturo”. Ma, come sempre, penso sia giusto bilanciare il tutto e tornare ad apprezzare, intessere, vivere e bere il presente, che non è altro che somma di passati e genesi di futuri.

E quindi spero di avere presto le forze per mettermi in equilibrio, spero di avere presto il tempo di popolare la mia libreria e la mia mente e la mia vita; il tutto sotto l’egida di un pensiero, ovviamente non mio, ma che ho adattato a questa visione. Sui miei scaffali reali e vi(r)t(u)ali voglio mettere solo momenti e libri e musica per cui il me sedicenne, con tutte le cose da imparare e gli ideali da portare avanti, non mi sputerebbe in faccia.

Dovrebbe esser semplice, perché a una certa età uno ha visto e vissuto tante cose, quindi c’arriva. Ma forse è anche quello il bello e il senso della cosa. La totale incertezza e l’incapacità d’affrontarla, rendono l’esperienza ancora più perfetta. A volte fa male, ma è tutto parte della sfera.

Tu sai che quel viso è troppo bello per sorriderti, quindi ti sorprende lo faccia. Sai che chi ha quello ed è così, spesso non riempie quel bello di altro, oppure pretende, oppure ci gioca, lo sfrutta; quando poi ti trovi umiltà o reale modestia, non puoi che scioglierti in calore sorriso.

Ho sempre avuto problemi a scindere bellezze. Mi son sempre trovato ad amare persone piene, fossero esse belle, brutte o medie, poco importava. Ho sempre apprezzato la bellezza, certo, l’uomo saccheggia continuamente la realtà e l’occhio vuole la sua parte; c’è sempre quell’istinto che porta a dare troppa importanza a questo particolare, ma la natura e l’esperienza m’hanno portato a imparare.

L’esperienza m’ha fatto capire quanto si possa perdere, nell’ordine d’amicizie, sostegno, fiducia e pace, per un egoistico prendersi tutto.
La natura m’ha regalato un sistema immunitario strano, ma che mi piace.

Per prima cosa, nessuno è di nessuno, se non di se stesso (e forse nemmeno, se vogliam esser spirituali); poi la fiducia è un legame importante e rispettarlo va oltre ogni istinto, visto che siamo umani dotati di raziocinio; l’amore e il sesso son due cose distinte, permeabili, ma distinte, entrambe non dovrebbero far male a nessuno, ma solo la prima è così importante da  poter giustificare il male; la bellezza, se non supportata da intelligenza, cura, attenzione o apertura mentale, è caduca e vuota, ma soprattutto non vale l’amore; le aspettative non devono mai perdersi in picchi troppo alti, ma esser sempre di peso concorde a ciò che si dà, siam fatti per deludere, dobbiamo combattere contro questa natura.

Ovviamente non c’è nessuna verità universale, son tutti piccoli passi che seguo, nemmeno troppo bene e nemmeno sempre. Quando ci riesco, me li ripasso e mi ci impegno. Tanto questo è un terreno di gioco infido e si traballa sempre, rompendo giustamente le regole e creandone di migliori. Ogni cosa evolve per natura, mi piace pensare che debbano estinguersi quelle errate o inadatte e debbano prosperare quelle buone e positive.

Sogno, lo so. Ma sempre più spesso mi chiedo che male ci sia ad abbellire ciò che si ha, per gestirlo al meglio, per rendere accettabile quel che c’è di brutto. Sei seduto o sdraiato con qualcuno che merita carezze o abbracci?! non smettere di farne, finché pesa giusto; una persona ti si rivela bella o migliore di quanto non avessi ancora visto?! diglielo, faglielo capire, non fa mai male un rinforzo positivo; quel che succede tra voi non è o non è più quel che speravi?! prendi quel che hai e conservalo, ricordalo, traine forza e non distruggerlo, c’è chi non ne ha mai avuto.

E non dico “è tutto bello”, “sorridiamo” e “vivadio”, non ci credo. So perfettamente che esiston brutture, dolore e peggio, ma quando qualcuno merita il meglio, è giusto impegnarsi per darlo, quando qualcuno non è degno che del peggio, si può evitare di infliggerlo, per dimostrar d’esser migliori, oppure si può evitare la socialità che è pur sempre riconoscimento di merito. Una persona sola, potrà pur sentirsi migliore di tutte, ma non sarà mai felice quanto quella eletta migliore ad abbracci fraterni.

A male si risponde con meglio, per pura pace personale. Ama le persone migliori, le altre buttale a mare. Amare, a volte fa male e fa fare del male. Dal male bisogna fuggire, per circondarsi di persone affini, migliori e che invoglino a dare, ad essere e ad amare. Amale.