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Diventare Gandhi è nato come gioco di parole, ma nella testa ha sempre più preso la consistenza di un progetto.

In fondo gli umani sono nati per crescere, è naturale. In una visione mooooooooolto pessimistica della vita, non si fa altro che morire, dal secondo in cui si nasce. Il problema è imparare. Perché crescere è inevitabile, essere sé stessi è auspicabile, ma cambiare è molto difficile, se non impossibile. Rimane solo l’imparare.  Purtroppo non tutti hanno l’attitudine a imparare.

Diventare Gandhi è questo, la voglia di imparare. Imparare a seguire automaticamente il meglio (o il meno peggio, non parlo di bene, perché i confini sono labili).

Perché ogni secondo che si passa qui, nel mondo come lo conosciamo, è un bivio. Ogni scelta è un mattone, che forma e distingue chi siamo. Le persone nascono come nascono, sono come sono, cambiare non possono (o è molto raro e difficile), possono solo imparare a scegliere. E diventare Gandhi significa imparare il meglio.

La regola fondamentale (e in quanto regola è esempio di scelta libera) è il rispetto.

Per questo motivo, qui sotto, vorrei non nascessero troppe liti (anche se non penso dovrò moderare un dibattito affollatissimo … eheh), ma piuttosto quello che chiunque vorrebbe, delle possibilità. Hai la possibilità di dire ciò che di meglio hai fatto, imparato o visto. Aiutami a raccogliere ciò che sai, che sappiamo, che vuoi portare a qualcuno. Diventare Gandhi, forse, un giorno diventerà un progetto reale, anche grazie a te.

La domanda alla quale vorrei tu rispondessi è: “cosa mi ha permesso di regalar sorrisi?”

2 Comments

  1. non ho risposto finora per varie ragioni: ho aperto diverse volte questo post al lavoro, senza avere il tempo per scrivere un commento; non l’ho aperto invece quando stavo a casa a fare altro, tralasciando il reader; ma ho riflettuto un tot di volte su cosa scrivere, ché non è domanda facile

    la prima cosa che ho pensato di rispondere è che, nella vita, ho saputo regalare sorrisi soprattutto scrivendo, talvolta – le più – sapendolo di pancia e mestiere, talaltra – di rado – sorprendendomi io per primo di un ritorno per cose cui magari non ho dato importanza o su cui non mi son spaccato le corna a levigare

    da questo pensiero – che forse le cose che regalan sorrisi non nascono con questa intenzione, sono incidentali – ho capito che mi stavo aggiustando la domanda intorno all’ombelico, mi stavo chiedendo “Cosa mi ha permesso di ACCORGERMI che ero RIUSCITO a regalare sorrisi?” e non è una bella domanda, non è onesta

    allora, se devo pensare che buona parte dei sorrisi che ho regalato io magari non li abbia visti, non li veda tuttora – ché me li fan… dietro le spalle o se li fanno dentro -allora penso che quel che mi permette di regalare sorrisi sono le volte che son riuscito ad andare oltre a me stesso, son riuscito ad annullarmi un poco, mettermi da parte, a disposizione, a portar pazienza

    due terzi di quelle volte lì, probabilmente, ero convinto di stare solo rompendomi i coglioni, e invece… come vedi, ho ancora da imparare, altroché

    a margine: non mi piace l’avverbio “automaticamente” che hai usato: io voglio diventare del tutto – e restare – consapevole dei miei atti; va bene regalar sorrisi senza farci caso, ma aver coscienza, in fondo, di qual è l’attitudine è importante

    comunque, credo d’aver capito cosa intendi con quell’avverbio: vuoi appunto dire che bisogna scorrere, non essere intenzionali, forzati, giusto?

    • savohead
    • Posted gennaio 24, 2010 at 16:02
    • Permalink

    Esatto. Era tutta una questione di “meccanismo ben oliato” (cit.).
    Il fatto che una persona nasca e cresca come è, implica una sorta di continua scelta tra il minore dei mali (a sé o agli altri). Una persona è buona o tende a esserlo, più riesce a seguire il “bene” senza troppo pensarci, con naturalezza, senza “imporselo”. Forse sì, è freddo quell'”automaticamente”, ma è ciò che servirebbe.
    Come tutte le forme utopistiche di pensiero, anche questo di poter trovare “regole” comuni, implica una sospensione della realtà, che consideri fondamentalmente “capaci” o “consapevoli” gli esseri umani. E, come splendidamente esplicitato in “Basta che funzioni”, fondamentalmente buoni.
    Purtroppo non è così, ma è una lotta contro mulini a vento che mi sento di poter sostenere e che mi sembra possa dare anche solo un poco, un risultato in sorrisi altrui.
    Confermo anche che sono proprio quelli i sorrisi che intendo, quelli che non fai venire perché ti ci sei impegnato in toto; ma quelli che, visto che ne avevi la possibilità, hai suscitato senza accorgerti.
    La pazienza che dici è figlia del rispetto. Difficile, ma fondamentale in questo contesto. E quell’annullarsi un po’ è il principio per sconfiggere l’egoismo (ciò che considero padre di ogni male). Anche in questo, però, bisogna stare attenti a non oltrepassare i limiti dell’annullamento di sé. L’equilibrio è sempre il fine da perseguire, ché ogni estremismo contiene di per sé un errore (foss’anche solo di valutazione).
    E grazie per non aver citato UN episodio, questo mi interessa.


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