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I calcoli son calcoli, poi il cuore te li scompiglia che non li riconosci più. Ma i calcoli son calcoli.

Tu hai questa cosa della sopravvivenza: nasci che sei uscito da un qualcosa che in due eravate uno, perdi da subito lo stato in cui, da allora, cerchi di tornare. E gli abbracci e il calore, i baci e l’affetto, il cotone e gli odori, non fanno altro che prolungarti il più a lungo possibile un’illusione che pian piano, la realtà che realizzi, tenta di portarti via.

E allora non hai che da capire che quel che vai perdendo è ciò che, in realtà, non devi andar cercando, ma devi regalare.

Ieri un film m’ha ribadito che “you’re what you love, not what loves you”, ed è una di quelle verità che ogni volta che t’innamori sbiadisce e hai voglia a mettertici a ricordarla. Ci passi gli anni e, quando torna, ormai hai fatto un qualche patatrack.

Rimane che noi abbiam delle dinamiche che, più o meno, seguiamo buoi o volontariamente, facciam nostre, elaboriamo, esploriamo e contro le quali ci scagliamo ignari siano invincibili. Son natura e snaturarsi è dei mediocri ignavi.

Tu ti accendi ché c’è un numero che ti piace, e allora mostri, fingi, celi, sottolinei e imbelletti; non ci son regole nel mettersi in mostra, non ci son regole nell’amore, figuriamoci in uno dei suoi spicchi. Tu non è che lo fai da cattivo, lo fai per paura di esser normale. I normali non si vedono e tu vuoi esser visto, vuoi che chi hai visto, ti veda. Tutto qui. Allora il numero che sei, che in fondo non cambia mai, lo sommi, lo riduci, lo moltiplichi e dividi, in base a situazioni che s’incastrano. Eviti calcoli troppo complicati o troppo semplici (ché far vedere che non si è capaci, sminuisce, ma c’è chi ti potrebbe battere in semplicità), giochi carte già giocate, trovi schemi e teoremi. Calcoli, questo è quello che fai, tutto il tempo.

Ribadisco, non è cattiveria, è natura. Uno lo fa per paura o sopravvivenza. Non è che gli puoi dire: “non sei più quello di una volta”, perché ti freghi da sola, lo è stato, appunto, solo una volta. Breve o lunga che sia stata, è già tanto che sia esistita, c’è chi non fa nemmeno lo sforzo… ritieniti fortunata d’esser stata oggetto di tanto zelo (il tanto è labile, ma c’è chi, romantico, si impegna e ci prova, ad esser migliore).

Quindi tu hai numeri nudi, che si uniscono in funzioni elaborate di fattori e incognite. Decidono di stare in equazioni instabili, improbabili e sghembe. A volte scorre tutto liscio, ché ci son semplificazioni d’adattamento e di compensazione, a volte sembra che non si trovi soluzione e invece è solo un riporto sbagliato e tutto sfuma per futili sviste. A volte, invece, c’è chi ha pensato che stimare il risultato prima ancora di conoscere gli addendi, fosse il miglior modo di risolvere il tutto, poi si ritrova con meno e non riesce proprio ad accettarlo.

Quel che i numeri san fare è esser numeri. Tu sei tu, sta a te imparare a essere in grado di buttarti in operazioni, reggere pesi e misure, reggere errori e tentativi.

Forse una volta le relazioni duravano di più perché si calcolava semplice, il risultato andava bene perché le aspettative erano pure inferiori e tutto quel che veniva era un di più. Oppure perché si era destinati a somme, ma piuttosto che esser numeri primi, ci si cullava nell’esser fattori. Almeno si stava al caldo di un abbraccio, ricordo sbiadito e freddo di una madre perduta.

Adesso tutti giocano ad esser cento, quando invece son dei trenta e quando un vero cento si crede loro simile, pari, degno di parentesi condivise, non posson che rivelarsi il misero terzo che sono. Il mondo è pieno di trenta convinti di meritare cento e di cento infranti che perdon fiducia nell’esistenza d’altri come loro.

Io non son diverso, ovviamente, non son 100 e non son 30, son uno di quelli che scrive bello e calcola semplice, spinge sui passaggi noti e rallenta quando le incognite diventan fondamentali. C’è un qualcosa, però, che ho capito d’avere: l’immancabile curiosità del calcolo. Quel che frega i 30 è di non volersi sforzare di diventar 40. Tu c’hai i numeri che natura t’ha dato, ma sei umano, hai tutte le fortune di questo universo per poter dimostrare a chi vuoi vicino, di poter diventar di più. Pensaci, che vuoi da quel numero che tanto ti piace: che sia lì con te. Non è già questo un qualcosa di più di quel che già è?! E allora perché pretendi aumenti se non sei disposto a donarli tu?!

E non sto parlando di aumenti nel gonfiore del petto, quelli svaniscono quando non riesci più a trattenere il fiato; parlo di quegli sforzi che di +1 in +1 ti portan ad avere braccia più grandi, cuori più caldi e gambe più salde per ricevere colpi.

Quindi, per me gli errori più grandi nei calcoli a due, son quelli che fai quando sbagli le stime, sono gli errori miopi di numeri irreali. Non tutti si possono presentare per il numero che sono, bisogna essere abbastanza certi che la bontà di chi si vuole vicini, sia così grande da accettare subito tutto (che poi, costruire insieme accettandosi sin da subito è un viaggio bellissimo); s’ha sempre da dimostrare di poter esser migliori, più grandi, più saldi e sicuri, per poi scendere di nuovo al se stessi di sempre, pronti e convinti di voler migliorare. Per non deludere.

Forse è questione di angoli, quanto è splendido quando i raggi si baciano in un 360 perfetto?! Tu spari un 140, punti un 220 e reggi l’abbraccio finché non mostri l’80 che riempi. Il bacio non c’è più, non sai reggere il peso e la totalità si spezza.

Dovremmo esser più veri, prometterci migliori, senza ingannare con code colorate; dovremmo anche esser più sinceri con noi stessi, senza pretendere gradi che non siamo capaci di offrire; dovremmo forse esser più attivi e non smettere mai di amare la ricerca, non per riconquistare, ma per prevenire necessità. L’amore migliore che possiamo regalare è l’esser pronti. Pronti a meritare un grazie invece di dovere uno scusa.

E forse è per questo che mi vengono infiniti grazie, quando angoli a me complementari mi s’avvicinano o accettano miei incastri, perché già il loro completarmi mi rende onorato d’esser vivo, concreto e arrivato sin lì.

E siccome siam tutti umani, anche se le donne hanno quella fortuna d’esser migliori, anche loro vogliono abbracci e imbellettano le proprie cifre, per apparir più aperte (in questo mi ci son sempre perso, com’è che una persona ottusa è una che ha una visione più chiusa di una persona acuta?!). Quindi il saper compensare l’inevitabile diminuire dei gradi altrui è sintomo d’attenzione, di dedizione e di amore.

Forse è riduttivo costruire l’amore su una necessità di fuggir solitudine, ma è la base vera da cui si deve avere il coraggio di partire. Ma poi l’amore ti scompiglia tutto e i tuoi calcoli li puoi buttare ai pesci. E forse l’amore che si consuma bruciando in fretta, dovrebbe esser fondato su pagine abbastanza spesse da leggersi anche in cenere, quelle belle croste di nero che in controluce puoi ancora goderti. Lavoisier aveva ragione anche nell’immateriale.

E giuro che prima o poi imparerò a scriver qualcosa di comprensibile, ma c’ho sempre l’amore a scompigliarmi tutto…

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C’è questa cosa che una mattina di qualche anno fa, d’estate, mi sveglio e ho un mal di testa insopportabile… io… che di mal di testa non soffro. Passo un qualche minuto a letto a capire se possa migliorare. Nulla. Provo a sciacquarmi il viso, ma nulla. Torno a letto, dormo ancora due orette e il tutto passa.

La sera esco e regalo dei film stupidi a un amico stupido, che so che avrebbe apprezzato.

La mattina seguente stesso dolore, ma decuplicato… una sorta di spillone ficcato dentro la testa, in un punto irraggiungibile a mano nuda. Una sorta di lampadina accesa, la mia testa, sembrava esplodere dal centro, verso il vetro del mio cranio. Provo a bere il mio lattuccio e cacao, da bravo bambino. Torno a letto e il dolore non fa che aumentare… aumenta, aumenta, aumenta tanto che vomito la colazione.

In quella m’arriva un messaggio che leggo tra le lacrime (quando vomito piango istantaneo) e con la testa nel catino: “oh, sto guardando gli Sgangheroni e son piegato in due… ahah”. Non mi ricordo se ho risposto, ma di certo ho pensato: “anch’io son piegato in due” :). Finito lo stimolo, mi alzo dal letto, vado al lavandino e mi risciacquo il viso.

C’è una piccola premessa da fare: sin da piccolo, non mi son mai guardato allo specchio (non sono una donna). Anche quella volta che son svenuto e finiti tutti gli altri controlli il dottore mi scruta gli occhi e sbianca, io c’ho messo un po’ a rispondergli:
– hai mai sentito parlare di anisocoria?!
– naa
– anisociclia?!
– naa
poi, sempre più bianco
– hai mai notato… guardandoti allo specchio, magari… che una pupilla fosse più grande dell’altra?!
– naaa
penso stesse per svenire lui, quando lento mi si è insinuato il pensiero
– però, sin da piccolo, anche se avevo le finestre a sinistra, vedevo più luminoso a destra
Il sospiro di sollievo che ha fatto quel bell’omone, deve aver alzato il livello di CO2 sopra la soglia. Non era stata la botta in testa a rendermi la pupilla destra atrofizzata, ce l’avevo dalla nascita… ero salvo.

Torniamo a quattro anni fa…
Sciacquo la faccia, il dolore non scema, io, scemo, guardo finalmente nello specchio.
C’è un’altra premessa da fare: io soffro molto di più per il dolore subito dagli altri, piuttosto che di quello inferto a me. C’è anche una postilla: mi è più insopportabile l’attesa del dolore, rispetto al dolore vero e proprio; sono un bel po’ impressionabile, insomma.
Lo specchio rifletteva una cosa che neanche quando m’han truccato da zombie, facevo così schifo. L’occhio destro era il solito color cacca, ma in mezzo a una cornea rossa che più rossa non si può.

Ho riso… eheh… penso sia anche passato il mal di testa (aaahh, le endorfine fan miracoli).

Mi vesto con calma, apro la porta di casa, attraverso il giardino e busso a casa di mio fratello:
– Avanti!
Apro la porta e lo vedo svaccato sul divano, che guarda la tv
– Ehm… penso sia meglio portarmi al pronto soccorso
Quella cosa che fanno nei cartoni animati di guardare distratti un qualcosa e non coglier subito il particolare più allarmante della storia e rigirare istantaneamente la testa con due occhi così ACCADE REALMENTE!!

Mio fratello si prepara e mi porta al pronto soccorso oculistico. Nel tragitto sparo stronzate. Il primario non c’è e quindi mi fanno tornare il giorno dopo. Nel trambusto mi segnalano come priorità nulla, cartellino bianco, e mi fanno pagare 74 euro di ticket (è poi bastato far notare l’errore, che m’han messo rosso come il mio occhio).

La visita, l’indomani, fa saltar fuori che ho questa cosa che ha anche mia mamma. Una roba che fino a martedì scorso non sapevo essere classificata tra le 400 malattie rare, una cosa che colpisce dalle 5 alle 50 persone su 100mila, una cosa che di solito, come nel caso di mia mamma, colpisce un occhio solo. Mapperchémmai farsi mancare nulla!! Io la voglio a tutti e due.

E così è. Mi si dice che devo tenerla osservata, perché se peggiora, c’è il trapianto di cornea. E io mi cago e mi metto i colliri e vado alle visite di controllo. Passan gli anni e la cosa non peggiora… non peggiora… non peggiora.

Martedì vado alla solita visita di controllo: entro nella sala dei macchinari e un angelo in camice mi fa sedere davanti alla solita macchina. Sotto di essa, la solita stampante a colori, pronta a dare il verdetto (in questo caso il rossetto, perché quando è verde vuol dire che l’occhio è a posto).

Io che ormai so a memoria la forma delle macchie nelle foto dei miei occhi, vedo che quelle sembran più isoipse del monte Bianco, o forse la fossa delle Marianne. Quella che era una pallina, ora è una mongolfiera, quella che era un’Australia in miniatura, adesso è più un caciocavallo. La prima reazione è un sudorino freddo, ma me lo tengo per me e rido, sparo cavolate, lascio che la logorrea di mia mamma riempia le stanze.

Ci si sposta dal primario e lui analizza prima mia mamma. Poi passa a me e lascia che gli esami preliminari li porti a termine l’angelo di cui sopra. Io non posso che ringraziarlo mentalmente e profondermi in inchini figurati e portargli in dono fluoro, Vincenzo e birra.

Una delle due macchine m’acceca più di quanto già natura non m’abbia graziato. L’altra mi mostra una sorta di casetta su di un prato, che non riesco mai a mettere a fuoco. Poi mi si chiede di sedermi comodo sulla sediona, per guardare il cartello con le lettere.

Ora, sarò anche lento, ma dopo avermi sparato una luce fortissima fin dentro il cervelletto, tutto quello che vedo è lo stipite della porta all’estrema destra, la finestra all’estrema sinistra e una bella riga di uni-posca fucsia nel centro. Le lettere e i numeri, proprio, non li capirei nemmeno fossero grandi come il mio naso.

Vabbeh, anche le prove delle lenti, me le fa la cherubina… quando si passa a dovermi scrutare con quello strumento con la lucina, quello con la lente d’ingrandimento e il manico, quello che per essere utilizzato, praticamente, il dottore ti deve avvicinare la testa che solo Amore e Psiche san fare… ecco… me lo fa il primario: un tarchiotto sessantenne che ridacchia a ogni frase, anche la più terribile, come Hilbert.

E visto che so già il verdetto, le mie gambe son già molli, quando arriva il colpo di coda: “Ma nooo, il trapianto decisamente no… prima di quello c’è questa nuova tecnologia…”.

Quel che ha detto dopo, l’ho ricostruito pian piano, qualunque cosa fosse, il mio cervello aveva la puntina che saltava continuamente: FACCIAMOLOFACCIAMOLOFACCIAMOLO.

È una cosa che ti prendono, ti spalmano una roba e ti bombardano con la luce “come fare la lampada hihihihi”, ha detto Hilbert. “Facciamolo” dico io. “Pensateci un po’” dice il tarchiotto. “Ok, ma facciamolo” dico io.

Ho ricostruito più tardi il significato della sua frase precedente allo “spalmano un composto”… aveva detto “è un intervento para-chirurgico”… leggendo su internet, a me pare chirurgico.

Ti danno queste pastiglie per prepararti, servono a far ricrescere la pelle più in fretta. Quando sei pronto, ti anestetizzano l’occhio, spatolano via l’epitelio e ci spalmano la crema, poi la lasciano seccare e la bombardano con i raggi uva (anche la brutta gente dell’ospedale s’è ridotta a dire che fa bene, alla fine). Insomma, ti spellano vivo e ti mettono una cornea finta.

Ora, fino a venerdì sera, io l’ho presa bene… non c’ho pensato poi molto… sì, c’era il colpo, ma c’era il fatto che non fosse il trapianto. Poi sono andato al lavoro e la testa non ci pensava. Poi sono andato a vedere uno spettacolo (il secondo della lista) e ho pensato che quelli sì, che son pesi, mica i miei… poi gli amici della protagonista, poi i musicisti bravi e simpatici e ubriaconi, poi i giochi inventati e poi gli ubriachi russi che raccontavano barzellette in una lingua comprensibile solo agli altri ubriachi. Insomma, c’eran cose in cui nuotare, che mi tenevan lontano dalla pozza dell’autocommiserazione.

Poi arriva sabato. Il primo sabato in cui non devo far nulla, dopo un bel po’ di tempo. E far nulla significa far lavoretti in casa e avere tutto il tempo per pensare, per guardare in internet tutti i casi peggiori e tutti i rischi e tutte le schifezze e aiuto. L’abisso.

Per fortuna ho gli amici. Gli amici veri son quelli che ti pescano. Io a questi devo la vita, e non lo dico per retorica, poi lo spiego alla fine. Ho gli amici che mi tirano fuori casa a forza, mi fanno mangiare una pizza che non ci starebbe nello stomaco chiuso, mi fan vedere i Griffin, mi fanno andare in un locale a salutare altri amici. Insomma, mi cambian canale in testa.

Poi torna la domenica, uguale al sabato. Ma qui c’è mio fratello, che mi porta a fare un giro in bici. Al secondo chilometro sto per vomitare, ché son anni che non faccio una salitella. Lo lascio proseguire per il suo giro, convinto di svenire di lì a poco, sulla via del ritorno. Invece l’aria che mi sveglia in discesa, mi fa risentire le forze, svolto di qui, di là, mi trovo in posti che pensavo fossero più vicini, ma poi torna la discesa… beeeella la discesa. Quasi quasi riesco ad andare fino a là. Massì, proviamoci. Finisce che torno che è già buio e mio fratello ha già fatto la doccia.

Oggi, per fortuna, è lunedì, quindi si lavora, quindi non si pensa più che tutto quel mio pensiero buonista si frantuma davanti alla minima difficoltà, quindi ci sono i colleghi e gli amici che mi distraggono. Già… tutta la mattina. Nel pomeriggio non c’è nulla da fare: “puoi tornare a casa”… ah… così?! Non mi tenete un pochino ancora?! Non vi serve un gradino umano?! Non so, posso leggere e digitare per voi… fatemi rimanere!!!

Nein, a casa da solo!!

Ok, vediamo di affrontare un altro pomeriggio di pozzanghere.

E invece?! Che ti accade?! Ti accade che è la giornata dei pensieri senza principio, mi vengon senza scaturire da qualcosa di tangibile, senza una sequenza logica: guardo trucebaldazzi; mi torna in mente una battuta di Clerks: “ha appena scopato con un cadavere, cazzo, sarà sconvolta” “beh?! Mia madre scopa con un cadavere da una vita e io lo chiamo papà”; taglio l’erba; ripenso allo spettacolo di venerdì e agli amici; ripenso alle ragazze e TAAC – agnizione!

Riderà… riderà… rideràààà

Io non sono un gran burlone, non sono una macchietta, non sono un comico… ma ho questa cosa che piuttosto che dire una cosa che non so, taccio, ma piuttosto che dire una cosa che so, in modo palloso, tendo a metterla in una cazzata; piuttosto che lasciar attecchire il silenzio, sparo una stronzata, magari anche non mia (visto che di cazzate, ne ho imparato un repertorio ragguardevole). E quindi ho capito che sì, quel che ho è una roba un po’ buia… ma non abbiamo davvero abbastanza tempo per perderlo nel buio.

Quindi io ai miei amici, non voglio più rompere il cazzo con messaggi del tipo: “non so se ce la faccio…” o quelle cagate patetiche con le quali li ho tempestati sto week-end… io ho voglia di vederli ridere, ho voglia di abbracciarli, ho voglia di saperli contenti. Facciamo che, prima di tutto, metti che poi va male… HO VOGLIA DI VEDERLI!! eheh

Così ho deciso che io, quella bella ragazza con la quale vorrei approfondire un sacco di argomenti, la voglio far ridere, la voglio far sorridere e non voglio che questa cosa mia la preoccupi o la scalfisca minimamente. Quindi devo metabolizzare, trovare il lato comico e leggero del tutto e poi servirglielo. Ho deciso che adesso faccio una doccia, vado a far la spesa, torno da quelli che mi hanno retto questo week-end, e regalo loro qualcosa… qualsiasi cosa… anche “solo” un abbraccio.

Che, fanculo, se lo meritano più di una palla al cazzo che si piange addosso.

Io vado eh… tu sorridi.

Un po’ che non scrivo (se non cazzate) e oggi doppietta.

È che è un periodo feroce e io che son lento ho bisogno di tempo per metabolizzare e guardar nella giusta logica le cose. Ma poi basta guardare un po’ di video di Trucebaldazzi, e realizzo un po’ meglio.

Trucebaldazzi saved my day, today.

Oggi è la giornata dei pensieri che mi vengon così, senza essere ispirati da nulla… e allora son lì che guardo un messaggio di posta e mi dico: “vediamo se ci sono altri video di trucebaldazzi, oltre a troppo odio” e mi trovo davanti un monte di novità, che mi schiariscono la mente sul soggetto.

Il fenomeno è un emblema di un sacco di cose. Non voglio fare il moralista o questuare ragioni su temi delicati, ma vorrei solo metter nero su bianco quel che m’è saltato alla mente guardando quei video.

Trucebaldazzi è questo ragazzino un po’ lento, ha dei problemi e lo sa… o meglio, la negazione gli fa dire che ha avuto problemi da piccolo e che nessuno l’ha aiutato, quindi lui ora non ha più problemi, ha solo conseguenze di problemi passati.
Ci son un paio di cose da capire:
1. la mente limitata di una persona, la porta a credere d’essere meglio di quanto lei sia;
2. ognuno si ritiene migliore di chi ha al proprio fianco.

Queste due cose instaurano una catena che porta Truce Matteo Baldazzi a incolpare gli insegnanti, la sua ex, le persone positive (?!) e tanti altri ancora, per i suoi problemi irrisolti, ma porta anche gli utenti di youtube a “idolatrarlo” per sentirsi migliori, superiori, accettabili.

Quel che innesca il circolo vizioso, però, è quel comportamento bieco che vorrei saper combattere:  il mio essere migliore è centripeto.

Si tende a non sfruttare l’essere migliori, per rendere più semplice quel gioco a qualcun altro; non sfrutto le mie doti artistiche per renderti la vita più lieve, sfoggio la mia bravura, per guadagnarci e dimostrare d’esser migliore. C’è una rivalità tra rapper, che porta alle pistolettate, c’è una rivalità tra calciatori che porta a testate, c’è una rivalità in quasi tutti gli ambiti… per nulla. Per del denaro?! Davvero?! Siamo così messi male che ciò che ci sprona a migliorare non sia altro che una carota stampata su carta-tessuto?! Oso sperare non sia così… almeno, non lo sia per tutti.

La mia fiducia in tanti artisti e tanti lavoratori e tanti amici è questa: che non siano così per nessun’altra ragione, se non vivere meglio.

Quel che ho realizzato oggi, è che siamo tutti trucebaldazzi, perché deridiamo gli “inferiori” per auto assolverci; riteniamo gli altri responsabili dei nostri problemi; siamo limitati in un modo o nell’altro e non sappiamo vedere realmente la nostra situazione di limitati; il primo istinto (al quale troppi si fermano) contro le avversità è il “troppoodio”; dal piccolo al grande, siamo quel che gli altri ci hanno insegnato, quel che ci aggiungiamo di nostro, lo riteniamo il meglio, ma spesso solo per mostrarlo, non per metterlo in discussione o per costruire.

E ora che ho svilito un divertimento analizzandolo superficialmente, visto che non ho i mezzi e non ho studiato psicologia, passo alla seconda parte dei traguardi di oggi.

Muta muta muta.

Oggi mi lascio esser fragile.

Adulto. Ma fragile.

E un adulto fragile è un limite labile, che non sai mai se stai di qui o di là. Io mi sa che ci son nato, così. Al limite, non fragile o adulto, dico, son nato che sto sempre al limite.

E mi sto sul cazzo anche per questo. Perché mi vien da vomitare a pensare che dopo 12 anni d’amore per qualcosa che mi ha fatto sentire vivo, io non possa sentirla più, non possa farne più parte. Ma sono adulto, quindi so che è irrazionale accanirsi su strade differenti, per ragion d’amore. L’amore è un po’ ovunque, la ragione è in testa. Quindi la mia pancia si ribalta per fermar la mente e il cervello si difende, perché, semplicemente, ha ragione. E mi gira che mi vien da vomitare.

E le teste e i cuori che si sono aperti a dirmi “è giusto così”, c’han messo sangue e bile e freni e “forse…”, prima di essere adulti con un adulto come me.

Io mica ho voglia di essere adulto, adesso, ho voglia di piangere come un bambino e lasciarmi andare a urla e strepiti, ma senza nessuno attorno, un po’ perché, anche se dimenticata e presa in relativo conto, ho una dignità, ma soprattutto perché non voglio rompere il cazzo come i bambini piagnoni. È una cosa mia, me la voglio piangere io.

Però è il modo migliore di prenderla, da adulti: “le strade corrono e si diramano, è naturale… convogliano, a volte… a volte proseguono per miglia e chilometri e mondi e pianeti… fino a scomparire insieme… a volte è necessario che si diramino. È come crescere. Anzi, è proprio quello. Per crescere si ha bisogno di un sacco di cose. Io sono stato una di queste cose. Sono stato fondamentale… molto più di tante altre esperienze, molto più di molto altro. Non lo sono più. Giusto che io non freni, non tiri altrove e non pretenda assurdità”.

E mi incazzo anche, ma stavolta volutamente da adulto. Perché mi faccio incazzare che ho dato per scontate cose, che ho preso sotto gamba idee, progetti e forze, che a furia di rimandare, mi sono rimandato da solo… affanculo.

Ed è naturale che il tempo abbia rinsaldato legami e posato affetto, ma è quasi un onore il guardare un bambino, ormai adulto, che adesso cammina da solo. La mia mano l’ha tirato, l’ha aiutato, l’ha fatto saltare, giocare, perdere e poi ritrovare; ora, semplicemente, lo spinge e lo saluta, prima di cadere nell’errore di trattenerlo.

Vi amo per quello che m’avete insegnato ad amare: quello che è stato, quello che siete (ognuno di voi, singolarmente, e come gruppo) e quello che sono. Quel che è costruito, in me non cade.

Grazie amici.

Stamattina ho approfittato del calo di lavoro, per prendermi mezza giornata e fare quel che non riesco mai a fare nei week-end, piccole commissioni e spesa, niente di che. “Ma c’è stato il week-end lungo, non potevi prima?!”. Diciamo che ho avuto dei piccoli problemi a mantenere all’interno del mio corpo i liquidi, in questi giorni. Facciamo che tra sabato e domenica il mio PIL ha preso ogni via possibile per l’estero… ecco.

Dunque capita io abbia bisogno di verdura. Quindi vado in un piccolo ortofrutta qui vicino. Mi metto a prender pomodori, mi metto a osservare patate e mi appropinquo al frigo, in fondo, vicino al magazzino aperto. Sento voci che si lanciano invettive amicali su mancanze e problemi, sento un accento straniero che commenta molto fine e puntuale. Poi mi sposto di qualche passo e appare una figura che chiama la commessa.

Non appena mi volto a guardare, l’accento straniero di prima, in un ragazzo alto e magro e ben tenuto, mi rivolge un: “buongiorno” educato. Ricambio.

Poi la commessa va in magazzino (eravamo due clienti, io e una vecchina, la mattina del martedì, se lo poteva permettere), torna e con lei il ragazzone: “hai i tuoi guantci?!” “Sì” risponde lei, “Bene, allora mi mettci via questci per favore?!” e le piazza una cassetta di qualcosa ai piedi del frigo. Proprio di fianco a me che guardo i salumi e i formaggi.

Al momento non lo noto, il posto è piccolo, io mi sto passando con calma tutti i prodotti. Capita.

Poi mi sposto all’ultimo ramo, passo in rassegna altra frutta, altri sottaceti e succhi e mille cose che più naturali non si può. “Uh! Ecco cosa mi andrebbe!”, torno alla colonnina e mi prendo un ultimo sacchetto, con la mano carica di borsine e quella guantata inutilizzabile, passo cinque minuti a tentare di dividere un lato del sacchetto dall’altro. Finalmente ci riesco e mi metto a passare in rassegna gli oggetti del mio desiderio.

Non penso sia passato mezzo minuto.

Una presenza alla mia destra.

No, non è la vecchina.

No, non è la cassiera.

“Questcio” mi indica sicuro.

Io son lento e non ci arrivo subito, ma tocca con la mano nuda l’ortaggio.

“Non si preoccupi, le mie mani son pulitce”

Nicchio come a dire: “non mi son mai preoccupato di meno in vita mia”

“Sa come si capisce?!”

“No, in effetti…”

“Il finocchio è bello quando qui è bianco, vede?! Il cuore è pulitcio”

Io in quel posto ci torno, perché la merce è buona e il personale è gentile, ma spero non abbiano mai offerte sul culatello, che non voglio me lo tocchi a mani nude, seppur pulite.

Ieri il mio indirizzo di posta è esploso in un messaggio a tutti, ma proprio tutti, i contatti che ho in memoria. Mi son ritrovato con una fila di avvisi di mancato recapito, che a giustapporli, ci si copre mezza Cina. Questo fa capire che un sacco di gente cambia indirizzo di posta, cosa che in vita mia ho fatto due volte (una a malincuore e una volta ho deciso che me lo tengo lì, lo apro ogni tanto); sarò lento, ma io c’ho mezza vita, in questo indirizzo, pensare di cambiarlo mi piange il cuore. E non è che mi rompa per spocchia, è che ho un sacco di iscrizioni a robe che non ricordo, ma che tornerebbero utili, prima o poi; ho il telefono sincronizzato con quello e rispenderci il tempo, sarebbe un po’ una rottura; ma soprattutto, ho sempre visto il mandare “questo è il mio nuovo indirizzo”, come un “ehi, sappiate che esisto, ho una vita interessantissima e mi evolvo”, oppure come un’imporre una presenza non richiesta, come l’amico che arriva presto alle feste di compleanno per dirti: “ti serve una mano?!” e poi rimane lì seduto per il resto del tempo a ridere asincrono e tentare di dire cose fuori luogo.

C’è anche l’aspetto più pratico-dinamico: nella posta ho un sacco di dati, miei e non. Mi spiacerebbe esser causa di invasioni altrui nella privacy di chi ha avuto la malaugurata sorte di ricevere un mio messaggio in passato. Uno potrebbe risalire al numero di telefono di amici, potrebbe risalire a IBAN di parenti, insomma, cose pratiche, che in mani terze, non sarebbero così innocui quanto sono, se restano nelle mie.

Infine c’è il lato utile: ma che diavolo ho di così importante, io, da dovermi scardinare l’indirizzo, per rompere i coglioni alla gente che conosco?! Che guadagno hai dall’inviare un messaggio un bel po’ strano (era tutto in inglese, con un link, senza firma, senza oggetto… bah) a gente che non si ricorda nemmeno più chi io sia (una persona contattata per lavoro, tempo addietro, m’ha risposto in inglese dicendomi “io non so chi lei sia, non mi scriva mai più!”)?! Perché uno dovrebbe fare click su un link così sospetto?!

E mi fermo a pensare che ho affidato a un qualcosa che potrebbe sparire, tante informazioni che mi potrebbero tornare utili; che tante persone m’hanno avvisato, grazie, e a tante ho dovuto spiegare cosa sia successo; che c’è chi fa queste cose, per denaro; che quasi tutto è totalmente inutile, se togli il denaro. Ci siamo ridotti davvero a questo?!

Quindi ho pensato che quella strana sensazione di necessità, che ogni tanto mi prende (e non è un’urgenza), dovrò assecondarla più spesso: essere chiaro e chiarire. Ti amo?! Te lo dico. Ho bisogno?! Te lo chiedo. Sei uno stronzo?! Sei uno stronzo!!! Voglio scrivere un libro?! Mi ci metto. Ho da assestare casa?! Mi prefiggo un termine e la assesto.

Ho il virus del procrastinare e non lo voglio. Ho il virus dell’ipocrisia e non lo voglio. Ho un virus nella posta e non lo voglio. Ho il virus dei viri e non lo voglio.

Gli uomini sono il più diffuso virus sulla terra, lo diceva Matrix e lo dicevano tanti altri, non sono il primo e non è il luogo per andare a fondo alla questione; quel che interessa è che riconoscerlo è solo il primo passo per debellarlo o andargli contro, incanalarlo verso qualcosa di costruttivo, di buono, di utile, di positivo.

Una volta ho ricevuto un complimento: “tu non sei un quaquaraquà”.

Voglio continuare a meritarmelo.

Insieme con il fatto che l’abitudine porta a spingersi sempre oltre ai se stessi di prima, i momenti hanno anche un altro fardello sulle spalle: quanto vali ora?!

Ho una stupida concezione errata del merito e non riesco a dirimere la questione.

Molto spesso, davanti a un’opera d’arte mondialmente riconosciuta come tale, io non provo nulla, oppure non arrivo a capire che parte di essa (Mulholland Drive è un gioco che mi piace tantissimo, è una sfida splendida da affrontare, Inland Empire è una cagata… per dire). Mi ritrovo a chiedermi se non sia necessario avere una scala, un modello o un metro, per capire quanto valore intrinseco abbia la struttura e tutto ciò che non è misurabile è estro, fantasia, valore aggiunto e guadagno. Arte, appunto.

Guardando i disegni al Museu Picasso, per esempio, mi ricordo d’aver notato due cose, aveva modelli superdotati e sapeva disegnare assai bene (che uno, magari, può pensare che lui si sia inventato quella cosa lì del cubismo per giustificare il non aver tecnica).

Invece poi trovi delle band di “mal trà insèma” (come diceva mia nonna: “mal assortiti”) che non ne azzeccano una e si beccano gli stessi applausi che ti sei beccato tu, dopo 12 anni che ti migliori, cerchi di dare il massimo e cominci a pensare di esserci riuscito.

E allora ti auto assolvi tentando di spacciarti la bugia che non ti capiscano (se perseveri in questa pazzia, rischi tangenti autoindulgenti sconsigliabili), oppure che non capiscano nulla in generale (e qui passi dalla parte del torto a prescindere: se uno ha problemi con uno, la colpa può essere al 50%, ma se uno ha problemi con tutti è molto raro che tutti sbaglino (le eccezioni sono rarissime, ma una volta morto, il genio viene valutato correttamente (magra consolazione, lo so))). Io, invece, mi chiedo se il gusto sia sufficiente per spiegare e giustificare l’apprezzamento massivo di un’opera o un artista.

Perché a me i Depeche Mode fanno cagare. Ne ammetto l’importanza nella storia della musica moderna, leggera, pop, techno e quel che vuoi, ma a gusto, mi fan cagare. Sono diametralmente opposti al mio senso del suono, del ritmo, delle scelte d’arrangiamenti. Tanto che le cover altrui dei loro pezzi, arrivano a piacermi. Questo mio detestarli non li svuota del loro “perché”, non li rende meno fondamentali o da censurare come incapaci.

Ma allora dove sta il limite tra le peggior band del mondo e Kandinsky?!

A me Kandinsky piace. Non lo capisco, se non me lo spiegano, ma mi piace. Ha un gusto affine al mio, quindi, a pelle, mi piace. Ok, non mi piace come Friedrich, che è più terra-terra e lo capisco più facile, ma mi piace. Un buon 60% dell’arte moderna, oltre a non essere al mio livello concettuale di comprensibilità, mi fa spesso cacare anche di gusto. È grave dottore?!

Ma non si può applicare a tutti il metro di Picasso, perché ci sono autodidatti che non son passati attraverso le “pene” dell’esercizio e delle esperienze altrui, prima d’arrivare a una propria forma d’espressione. E sanno esprimere cose incredibili attraverso opere che non necessitano nemmeno di avere alle spalle un macigno di conoscenza didattica.

E non si può nemmeno utilizzare il solo metro del gusto, oppure l’unione del gusto con il momento (perché a volte io noto film che m’avevano sempre ispirato poco, che mi squarciano l’anima per la bellezza). E c’è anche quella subdola fregatura del salto mortale.

Il salto mortale è una di quelle cose che tu ci rischi la vita, ma all’atterraggio, sei messo uguale a quando sei partito (magari ti viene un po’ più da vomitare, ma son dettagli). E allora ci son quelli che fanno un passo, senza fare tutta la fatica del salto, e ti arrivano allo stesso risultato, prima e, magari, con maggiori apprezzamenti da parte del pubblico (prendi Biagio Antonacci o quelli lì… c’è più volte “amore” nei loro testi, che nella bibbia (ah, no… esempio sbagliato… vabbeh, s’è capito)… e loro non son passati attraverso le sevizie o le pene di Gandhi e di chi s’è fatto il salto mortale nel dolore, per arrivare a predicare la verità pura che c’è nell’amore).

E oltre a questi, ci sono milioni di fattori: il commercio, la mafia, gli standard che si abbassano, la brevità del successo, la bellezza fisica (naturale dote, non certo talento) e mille altri.

Quindi, cosa rende meritoria un’opera d’arte o un artista o anche solo una persona?!

Forse i fattori sono troppi, ma le prime due regole che mi sono imposto, sono:
1 – bisogna cercare di partire senza aspettative, tutto quel che viene è guadagnato
2 – un’opinione personale è come il buco del culo, ognuno ha il proprio e non è detto che sia profumato.

Parte tutto da un concerto, un bellissimo concerto.

Domenica sono andato a sentir J Mascis. Questo omone capelluto, che somiglia sempre di più a uno yeti, sia per postura che per canizie, è passato per portare il suo nuovo disco acustico, il primo con inediti, senza i suoi fidi dinosauri. Passa al Bloom e rimane fuori a parlare con i suoi amici (o forse ad ascoltare, visto che dice una parola al giorno, quando si sveglia spigliato), poi entra, sale sul palco, prende la chitarra, suona mezzo accordo, accorda, posa la chitarra ed esce. Poi torna, “hi, thank you”, suona, “bye, thank you” ed esce.

Tutto con la lentezza che lo contraddistingue. Che più che lentezza è un’inesorabilità che si trova anche e sempre nei suoi testi. Lui è uno che più che vivere, è vissuto. Nel senso che è la vita a vivere lui; lui sta lì e osserva, ascolta, prende, rielabora, mangia… e poi ti mette lì, come un orso buono, un pezzo di argilla dalla forma splendida. Triste, ma splendida. Struggente.

Lui ha questa cosa che ti fa sembrare facile quel che fa. Lui suona  e intanto beve, pigia i pedali e sembra non sapere come fare un sol, ma in dieci note ti trovi altrove e ritorno, senza nemmeno essertene accorto.

E tu non puoi che ringraziarlo, imparare e portarti a casa tutto.

Ma a pensare, cominci lì, cominci quando le note te lo fanno fare. Stai pensando che quella canzone è su un cd che hai dato a un amico e non glielo chiederai più indietro, quando uno ti spintona, puzzolente, e ti risveglia:
– NOOO… J Mascis!!
si gira a dire all’amico che si porta dietro. Ti si piazza di fianco, lasciando i tuoi amici a guardargli la nuca e la camicia di flanella (DI FLANELLA A UN CONCERTO!!! Ma allora ti piace il tuo odore di vomito d’orco).
– Scusa!?
– Oh
– C’è gente che…
– Oh, amico, è J Mascis, il mio mito…
– Penso lo sia un po’ per tutti… e c’è qualcuno che se lo stava guardando con calma…
– Ok, scusa
e fa un passo indietro… per mezza canzone, poi spintona il triplo e passa oltre, arrivando in terza fila.

Ora, mi son stato sul cazzo da solo, perché la spocchia con cui l’ho apostrofato, avrebbe riempito il locale, ma tutto questo m’ha fatto riflettere (effigurati se non arriva il pippotto…):
1 – non ricordo perfettamente la conversazione, è andata più o meno come l’ho trascritta, ma quello deve aver detto davvero “amico”… e per un adattatore è come accusare una catena di fast food per l’obesità dei bambini: “sei stato tu a farmi dire questo!!!”;
2 – che diritto ho, io, di impedire a uno di avanzare?! Ma questo pensiero l’ho buttato via subito, perché è stato sicuramente generato dal pessimismo cosmico del J, e poi perché il mio diritto di dirgli con gentilezza che tirare gomitate per star meglio degli altri è sbagliato, ha sicuramente più ragione del suo tirar gomitate;
3 – che cazzo me ne frega del tizio che passa?! Son qui a sentire il Mascis!!! Ci sono venuto da solo, ci sono venuto dopo due giorni di assurdo degenero addioalcelibatico, ci sono venuto spendendo 15 euro (che non sono 12, ecco, che è tutta un’altra cosa); godiamoci il Mascis, punto.

E mi son rituffato nel fiume e mi son ritrovato a imparare un sacco di cose. Avevo invitato una persona quasi sicuramente digiuna di Mascis, convinto potesse piacere, ma, una volta lì, ho pensato che anche acustico, non è proprio il più facile da approcciare, come artista. Uno che fa partire la loop-station con cinque accordi e ci sta sopra 6 minuti ad assoleggiare, non è Joplin che suona “The entertainer” (trovatemi qualcuno a cui possa non piacere sta canzone!), per dire.

E allora m’è tornato in mente un salterello di pensiero che m’era sorto poche ore prima, durante il viaggio di ritorno dall’agriturismo: il festeggiato prende il microfono dell’autobus che ci ha scarrozzati per ore e giorni e arringa concludendo con “ho i migliori amici del mondo!!!”.

Quante volte l’avrà sentito dire l’autista?!

Personalmente era il mio primo addio al celibato, mi sono divertito un mondo, per la gente (non certo per il locale e l’atmosfera capodannesca, s’è toccato picchi di volgarità che tutti, una volta sobri, hanno commentato tappandosi gli occhi), ho conosciuto meglio alcuni amici, ho visto mille sorrisi e brindisi e pacche e accordi e perfezioni. Ma lui, l’autista, quante volte avrà visto gente uguale e diversa da noi, quanti diranno le stesse nostre parole, quanti crederanno di essere i migliori amici del mondo?!

Tutti. Ma è giusto così. Il Mascis è il mito di quello lì davanti, che parla ancora con il suo amico, anche se quest’ultimo è rimasto lì al mio fianco (quindi urla, suscitando un po’ di ira in chi cerca di sentire il concerto, lì intorno), ma è anche il mito del centinaio di persone che sono lì.

E cosa rende uniche tutte queste situazioni?!

L’io, l’esperienza, il contesto, la vita in sé. La medesima magia che è il crescere.

Io ho deciso che per me è magia, quella del crescere come sei. Tu nasci ed è un fatto. Impari le cose che i tuoi genitori, o chi per essi, ti insegnano, ed è un fatto. Vivi, subisci e padroneggi tutte le esperienze che ti capitano o cerchi, e anche questi son fatti. Ma l’indole?! L’attitudine con cui fai tutto?! Quel tuo puro e profondo modo d’essere che hai tu, è tuo e di nessun altro, che definisce il tuo carattere, che ti fa essere, che ti fa decidere se essere buono o cattivo o entrambi. Ecco, quello è magia. O sogno. Che poi è la stessa inspiegabilità.

E allora io sono lì a farmi cullare dalle note e a cullarmi volontariamente, nello stesso istante. Attivo e passivo essere che vive quel momento. Arrivato lì grazie e nonostante tutti i momenti passati. Perché?! Magia.

Non credo in un dio, credo nella differenza e unicità di ognuno e credo di avere bisogno di tutta questa diversità, per prender forza dall’unicità. I tizi che mangiavano davanti a noi, sabato sera, avevano i modi, le parole, quasi anche le facce di quelli che al massimo aspirano (oltre che la coca, per essere in) al grande fratello, ma per loro, tra loro, con loro, erano perfetti ed erano i migliori. Noi, lo eravamo per noi, tra noi, con noi.

Bisognerebbe saper sintetizzare questi concetti, scriverci un libro, o anche solo una canzone con un testo. Ma non ne son capace, mi limito a sentirmi grato di poterli vivere.

Ho letto da qualche parte che, in filmografia, perché la maggior parte degli spettatori capisca un concetto o si fissi in memoria un particolare che si vuole passare, bisogna farglielo vedere o sentire tre volte.

Già questo fatto del 3 e non del 2, mi piace assai, che dal post scorso s’è capita la mia avversione per il 2 come limitata apertura mentale comune. Il “mu” zen è sempre una risposta auspicabile e da prendere in considerazione. Ma non divaghiamo.

Quel che mi è venuto in mente ieri, in auto, andando al lavoro, è che spesso mi accorgo di aver pensato cose, in sprazzi di lucidità, magari quando avevo 16 anni, e di averle accantonate o affastellate lì, per un uso futuro. Poi le ho dimenticate. Ecco, riscoprirle è una cosa bellissima, quasi da pensare di dimenticarle apposta, per sentire ancora quel sorriso frizzante.

È successo una volta, quando mi sono accorto di essere diventato geloso, solo dopo essere tornato a pensare sia una subdola e assurda pretesa di possesso. Mi è successo mille volte, quando mi accorgo di trovare belle delle persone che altri dicon brutte o passabili, solo perché guadagnano in intelligenza, cultura, simpatia o arguzia. Oppure, viceversa, di trovare brutte delle persone universalmente ritenute carine o belle, per manifesta stronzaggine, scemenza, sicurezza di sé e mancanza di cervello, tatto o compassione.

Ieri ho riscoperto “Fuel”, una canzone di Ani Difranco. Sta in un album che ho comprato nella scia di tutti gli altri. Ai tempi mi piacevano alcune canzoni, altre meno, altre ancora, come questa, sapevo avessero qualcosa di incredibile al proprio interno, ma mi sentivo di non esser recettivo abbastanza, oppure solo “nel mood” di comprenderle appieno, di gustarle e di farle anche un po’ mie. Magari pescavo qualche frase, trattenevo qualche bello spunto, mi interessavo più alla musica.

Ecco, rimane che ieri, in coda (al solito), ho deciso di fermare il flusso di radio che ascolto da mesi (ogni tanto serve, mi accorgo di perdere attualità importanti, ma il mio cervello, o quel che è, ne ha bisogno… decompressione) e di mettere Little Plastic Castle. Canto tutta la prima, che anche dopo anni ricordo a memoria (per dire che quelle che mi piacciono, mi piacciono così) e poi mi parte la seconda. Sorrido al fatto che si possa iniziare una canzone parlando di un cimitero di schiavi e poi dico “sì”, quando mi scorre nell’evoluzione umana fino ad arrivare alla molto più saggia sedia elettrica.

E allora ascolto e sento le parole che ho sempre limitato a suono, la cui interpretazione ho sempre rimandato. E annuisco e piango e rido e mi ci ritrovo e voglio e sì e ancora e perché e cosa ho fatto e cosa non ho fatto e avrei voluto e avrei potuto e sì e cazzo e ha ragione e non si fa e basta e com’è che non la conoscono tutti e com’è che ho rimandato così tanto tutto questo…

E ti si apre un cacchio di respiro, quando ti accorgi di esserti dimenticato qualcosa di grande, di bello, di utile. E ti accorgi di aver guadagnato forza e di aver vissuto un po’, grazie alle scoperte e alle riscoperte. E ti ricordi quanto sognassi di diventare archeologo, per quel tuo scavare, per quel bisogno di scoprire, di ritrovare, di capire, di imparare.

E ti senti che hai voglia di provare cose, per poi aprirle a chi vuoi che ne sorrida; ti senti che vuoi risentirla, quella canzone, e cantarla sorridendo a chi stai baciando (che è un prurito splendido, quello delle labbra che si vibrano addosso); ti senti che vorresti buttarti e fare quel che ritieni giusto e fondamentale, per lasciarti dietro solo scavi buoni.

Is there anything i could do
about anything at all
except go back to that corner in Manhattan
and dig deeper, dig deeper this time”

Ché c’è sempre quell’egoistica spinta, ma tutti i fuochi che han bisogno di benzina, finiscono per sopravviverti e meravigliano ancora nei musei, nei libri e nella memoria.